martedì 25 marzo 2014

ARTE E SPIRITUALITA'

                                                                   
                             
 L'arte che non ha avvenire, che è solo   figlia del suo tempo ma non diventerà mai madre del futuro è un'arte sterile. Ha vita breve e muore moralmente nell'attimo in cui cambia l'atmosfera che l'ha prodotta.
                                                                                                     (W.Kandinsky, Lo spirituale nell'arte)


Nel secolo scorso, una tra le figure più importanti del panorama artistico europeo e non, fu Vassily Kandinsky.
Insieme a Franz Marc, Thomas de Hartmann, Paul Klee, Auguste Macke, ed altri, stese uno dei manifesti più significativi dell'arte del '900: "Il cavaliere Azzurro".
Personalmente la lettura di questo almanacco insieme all'altro saggio di Kandinsky dal titolo:"Lo spirituale nell'arte" è stata di grande aiuto e conforto.
Conforto perchè vi ho trovato l'espressione di una sensibilità che comprendo.Inoltre, il fatto che altri prima di me avessero intuito l'esistenza di certe dimensioni rarefatte della percezione, mi ha fatto sentire meno sola nel mio percorso di ricerca.
Aiuto perchè vi ho trovato numerosi spunti e riflessioni sulla strada da seguire.


Copertina per lo spirituale nell'arte (1912)


I concetti espressi da Kandinsky per quanto riguarda la pittura sono di un'attualità impressionante, e oggi, in una dimensione dell'arte dove il dio soldo è diventato l'unico padrone della scena, certi concetti acquistano un peso, a mio avviso, fondamentale.
Kandinsky insiste molto sul concetto di "necessità interiore", intendendo con quest'espressione la forza che spinge l'artista a creare un'opera d'arte.
Questa forza è di natura spirituale.
Nell'introduzione al saggio "Lo spirituale nell'arte" Kandinsky anticipa quello che il nostro secolo sta attualmente vivendo, cento anni fa infatti egli scriveva:

"La nostra anima si sta risvegliando da un lungo periodo di materialismo, e racchiude in sè i germi di quella disperazione che nasce dalla mancanza di una fede, di uno scopo, di una meta".

E più avanti aggiunge: "Sentimenti rozzi come paura, gioia, tristezza, ecc, che nell'epoca della tentazione potevano ancora costituire materia d'arte, interessano meno l'artista. L'artista cercherà di suscitare sentimenti senza nome. La sua è una vita complessa, relativamente aristocratica e le sue opere daranno allo spettatore sensibile emozioni sottili, inesprimibili a parole".


(Kandinsky, Primo acquerello astratto, 1901)

Questa interpretazione dell'arte è particolarmente impegnativa ed elevata, il riuscire a far nascere all'interno dello spettatore sentimenti sottili e impercettibili, è un compito che si addice a un maestro spirituale.
Da questo punto di vista però la collaborazione dello spettatore è fondamentale. Aggiunge infatti Kandinsky:

"Attualmente però lo spettatore è quasi sempre incapace di emozioni. Nell'opera d'arte cerca una mera imitazione della natura a scopo pratico (ritratti o simili), o un'interpretazione, cioè una pittura impressionistica, oppure degli stati d'animo rivestiti di forme naturali, vale a dire un'atmosfera, una Stimmung".

Con questo non intende criticare o rigettare l'arte del passato. Solo vuole puntualizzare il fatto che questo tipo di arte, sebbene impedisca all'animo dello spettatore di involgarirsi, non esaurisce però tutte le potenzialità dell'arte.

Il cavaliere azzurro, Almanacco.


Kandinsky va oltre e capisce che l'arte è anche altro, rispetto a quello che è stata nel passato, e questo altro è ciò verso cui l'arte deve e dovrà tendere per non perdersi e scomparire.
Egli sostiene che il mero riproporre un tipo di arte che non risponde più alle esigenze e ai canoni della società che sta cambiando significa riproporre forme ormai vuote.
L'arte greca, bellissima e perfetta, appartiene ad una civiltà che ormai non esiste più, una civiltà che aveva le sue regole e la sua sensibilità e che la esprimeva attraverso quel particolare tipo di arte.
Cercare di opporre alla degenerazione dilagante vecchi modelli di arte, significa perdere una battaglia fondamentale, e, a mio avviso, lasciare campo aperto al brutto dilagante.
E' innegabile che ormai l'arte abbia preso una direzione che non la porterà da nessuna parte.
Non tutta certo. Esistono moltissimi artisti dotati di sensibilità e spiritualmente impegnati che si interrogano, cercano, e usano il mezzo espressivo che hanno per comunicare con l'anima dello spettatore.
Ma accanto ad essi e in misura molto più impegnativa, esiste tutta una massa di artisti che nutrendo il proprio ego non fanno altro che alimentare il brutto dilagante.
Il mercato purtroppo fa la sua in tutto questo, e la fa in maniera dominante.

Alla luce di queste riflessioni le parole di Kandisky risuonano come un monito per tutti, artisti e spettatori:

"La gente tiene in mano i cataloghi. Li sfoglia, legge i nomi passando da una tela all'altra. Poi se ne va, povera o ricca com'era venuta, ed è subito riassorbita dai suoi interessi che non hanno niente a che fare con l'arte. Perchè è venuta?[...] Chi poteva parlare non ha detto nulla e chi poteva udire non ha udito nulla.
E' questa "l'art pour l'art". Questo annullare i suoni interiori, che sono la vita dei colori, questo disperdere nel vuoto l'energie dell'artista è "l'arte per l'arte" [...]. La vita spirituale di cui l'arte è una componente fondamentale, è un movimento ascendente e progressivo, tanto complesso quanto chiaro e preciso. E' il movimento della conoscenza"


Ogni opera d’arte è figlia del suo tempo, e spesso è madre dei nostri sentimenti […] 
Non c’è nessun dovere in arte. L’arte è eternamente libera. 
Fugge il «dovere» come il giorno la notte 
Vasilij Kandinskij Lo spirituale nell’arte, 1911


Balletto russo (August Macke) (Russisches Ballett),1912




martedì 4 marzo 2014

ARTE DEGENERATA?



Mi è rimasta molto impressa la scena di un film, che non mi è piaciuto, ma che mi ha fatta riflettere. la scena è la seguente: un soldato nazista, col lanciafiamme, distrugge una serie di quadri di arte "degenerata"...
Una scena del genere provoca ovviamente sdegno, riprovazione, orrore e chi più ne ha più ne metta. Soprattutto se i quadri bruciati portano fiirme come:Picasso, Chagall ecc... .
Sarebbe troppo facile però bollare questi episodi, che non sono scene di finzione ma sono accaduti realmente, come atti folli di un periodo folle.
Sappiamo che dietro a gesti come questo vi sono teorie serie e radicate, che non possono essere liquidate con un semplice moto di sdegno, peraltro fin troppo facile oggi.
Mi dico: se i nazisti avessero visto quello che gira ora cosa avrebbero fatto? quando vedo l'intervista alla signora delle pulizie di Bari che ha scambiato un' "opera d'arte" per spazzatura e l'ha buttata via, gongolo nel mio intimo. 
Quella è davvero spazzatura e non merita altro che il cassonetto (sempre secondo me)...
Non nego che quando sono stata ad Art Basel, di fronte a certe cose e alle cifre che ci giravano intorno, se avessi avuto un lanciafiamme forse mi sarei improvvisata anch'io nazista e avrei fatto un gesto folle...
effettivamente il concetto di arte degenerata si applicherebbe bene, a mio avviso, a quello che ci vediamo intorno oggi.
Poi però penso a Paul Klee (uno per tutti), che è il pittore che più mi tocca nel panorama del Novecento. Penso alle cose che ha scritto, alla dedizione e l'amore che ha messo nella sua opera. Non riesco a trovare niente di degenerato nel suo animo. Leggete i diari, ne emerge una natura forte e sensibile allo stesso tempo, un uomo che ha dedicato tutta la vita ad una passione, la pittura, e ha prodotto a mio avviso, opere che esprimono sensibilità, equilibrio, ironia.
Bollare la sua opera come "degenerata" proprio non mi riesce. 
Eppure è stato fatto, e non da persone digiune di conoscenze artistiche.
Il problema sta tutto nel momento in cui ci si pone di fronte all'opera secondo me.
Con che occhi la guardiamo?
Con la vista del cervello o con la vista del cuore?
Perchè se usiamo il cervello per guardare un'opera, non possiamo non applicare tutte le teorie che conosciamo, ragioniamo l'opera e decidiamo se è buona o cattiva in base a un'idea.
Ma se la guardiamo col cuore, allora la sentiamo, e solo in quel momento possiamo capire se un'opera ci parla oppure no, se esprime bellezza oppure no.
Un'anima bella non può non produrre bellezza, indipendentemente dal mezzo, dalla forma e dagli strumenti che usa.
Indipendentemente dalla razza a cui appartiene, indipendentemente dal credo religioso che abbraccia.
Per tornare alla signora di Bari, trovandosi di fronte a uno scatolone vuoto e a delle bottiglie di birra buttate a terra, ha giustamente sentito che quella era spazzatura, perchè lo era, e l'ha buttata.
Quella è arte degenerata, ma non c'è bisogno di scomodare J.A.C. de Gobineau....
Preferisco allora parlare in termini di arte oggettiva e soggettiva.
Se entriamo in questo ambito accetto il giudizio di Osho:
"Osserva i dipinti di Picasso. È un grande pittore, ma è solo un artista soggettivo. Se guardi i suoi quadri, inizi a sentirti male, ti girerà la testa, comincerai a dare i numeri. Non puoi guardare i quadri di Picasso per troppo tempo. Ti viene voglia di scappare, perché il quadro non è nato da un essere silenzioso. Nasce dal caos. È il sottoprodotto di un incubo. Ma il novantanove percento di tutta l'arte appartiene a questa categoria"
Non credo che Osho però avrebbe mai preso un lanciafiamme per distruggere un quadro di Picasso. Semplicemente ne sarebbe stato lontano, perchè una pittura del genere, riflettendo l'animo caotico e materialista dell'artista, gli avrebbe procurato sensazioni di inquietudine e agitazione.
Picasso era un uomo terrestre, che ha dedicato tutta la vita alla pittura e ha vissuto intensamente, ha vissuto la materia e l'ha rappresentata, col suo caos, con la sua forza, con la sua brutalità.
Poi penso a Morandi...alle sue bottiglie, alle nature morte, a quei quadri che invece esprimono silenzio, stasi, assenza.
Non posso non sentire un animo riflessivo dietro a queste opere, una persona solitaria, che percepiva l'inconsistenza della realtà e la rappresentava.
Arte soggettiva certo, ma più vicina a un concetto di meditazione rispetto ai quadri di Picasso.
Alle volte anche una persona che non si è mai posta problemi di natura spirituale può accedere a dimensioni altre, in modo inconsapevole e quindi molto più vero che se le avesse cercate di proposito.
Certe cose però si sentono, non si capiscono. E per sentirle bisogna sgombrare la mente da tutte le idee che la affollano, da tutte le teorie, e ascoltare se stessi, se dentro abbiamo qualcosa, allora quel qualcosa vibrerà e riconoscerà dove c'è del vero, del bello, del vivo.



OPERA D'ARTE NELLA SPAZZATURA:



per chi volesse approfondire il concetto di "arte degenerata":

http://www.frammentiarte.it/dall'Impressionismo/movimenti/arte%20degenerata.htm
















giovedì 9 gennaio 2014

Arte soggettiva e arte oggettiva

UNA PRECISAZIONE


E ormai da molti secoli, si è perduta la chiave di tutte le arti antiche. Infatti non esiste più l’arte sacra, l’arte che incarna le leggi della Grande Conoscenza ed esercita un’influenza sulla vita delle masse. Oggi non ci sono più dei creatori. I “sacerdoti dell’arte contemporanea” non creano, ma imitano: corrono dietro alla bellezza o alla verosimiglianza, se non addirittura alla cosiddetta “originalità”, senza avere le conoscenze necessarie. Poiché non sanno niente e non sono in grado di fare niente, brancolano nel buio; eppure, la folla li venera e li mette su un piedistallo. Tutte le banalità, sulla scintilla divina, il talento, il genio, la creatività, al sacralità dell’arte, oggi non hanno alcun fondamento,sono solo degli anacronismi. Cosa sono mai questi “talenti”?
Delle due l’una: o si definisce “arte” il mestiere del calzolaio, o si deve considerare artigianato tutta l’arte contemporanea.
Gurdjieff "Vedute sul mondo reale"


Arte soggettiva vuol dire che riversi la tua soggettività sulla tela - i tuoi sogni, le tue fantasie. È una proiezione della tua psicologia.[...] La tua arte è come un vomito. Ti aiuta, proprio come il vomito ti è di aiuto. Manda via la nausea, ti fa sentire più pulito, più sano. (Osho)

Queste, le parole di Osho e Gurdjieff a proposito dell'arte. Partendo dal presupposto che tutti noi ci muoviamo in un ambito soggettivo, io credo che sia responsabilità di chi si definisce artista (io per prima) l'avere rispetto per il pubblico che guarda e non riversargli addosso, per quanto possibile, le proprie sofferenze e angosce o anche le proprie elucubrazioni mentali... .
Quando dipingo un quadro penso sempre che un giorno sarà appeso in un salotto o in una camera o anche in bagno, perchè no! E mi sento profondamente responsabile dell'effetto che produrrà in chi lo guarda. Consapevole dei miei limiti, ho deciso di produrre delle tele che almeno suscitino nell'osservatore un sentimento positivo, mettendo da parte tutte le contorsioni del mio ego, che per quanto profonde e complesse possano sembrare, sono e restano contorsioni fini a loro stesse.
In un mondo pieno di negativo, di crisi, di angosce, di cronaca nera, e chi più ne ha più ne metta, credo sia un dovere quello di offrire una "boccata di leggerezza" e di gioia.


martedì 7 gennaio 2014

SUL ROSSO E ALTRI COLORI



[...] Chi conosce il sorgere prismatico del porpora non troverà paradossale se affermiamo che esso contiene, in atto o potenza, tutti gli altri colori.
[...]L'azione di questo colore è particolare come la sua natura.Esso dona un'impressione tanto di gravità e dignità che di clemenza e grazia. E produce la prima nel suo stato scuro e concentrato, la seconda nel suo stato chiaro e rarefatto. Cos' la dignità della vecchiaia e l'amabilità della giovinezza possono vestirsi di un unico colore. 
Della gelosia dei potenti verso il porpora la storia narra parecchi episodi. Un ambiente di questo colore è sempre solenne e sfarzoso. 
Un paesaggio ben illuminato attraverso un vetro color porpora, si mostra in una luce terribile. E' la tonalità che il giorno del Giudizio dovrebbe pervadere cielo e terra. 

Selvaggi, popoli primitivi, fanciulli, mostrano una forte propensione per il colore nella sua massima energia e quindi, specialmente per il rosso e il giallo, nonchè una certa tendenza al variopinto. Quest'ultimo ha origine quando i colori vengono composti nell'energia massima senza squilibrio armonico. Se però si trova questo equilibrio, o per istinto o per caso, ne risulta un effetto piacevole. 

Se i colori producono stati d'animo, d'altro lato si adattano a stati d'animo e condizioni di vita. Popoli vivaci come i francesi amano i colori intensi, popoli misurati come inglesi e tedeschi, prediligono il paglierino o il giallo cuoio su cui portano dell'azzurro scuro. Popoli che ripongono grande valore nella dignità, come l'italiano e lo spagnolo, fanno tendere il rosso dei loro mantelli verso il lato passivo. 
Nel vestito si mette in relazione il carattere del colore col carattere della persona. si può osservare il nesso tra i singoli colori o i colori composti e il colorito del volto, l'età e lo stato sociale.
Le giovani donne inclinano al rosa e al verdemare, gli anziani al viola e al verde scuro. La bionda tende al viola e al giallo chiaro, la bruna all'azzurro e al rosso-giallo e, tutto sommato, con ragione. 
Gli imperatori romani erano gelosissimi del porpora. La veste dell'imperatore cinese è in rancio-porpora. Anche i suoi servi e sacerdoti possono portare il giallo limone.
Le persone colte mostrano una certa avversione al colore. Ciò può risultare in parte da una debolezza dell'occhio, in parte da un'incertezza del gusto che tende a mettersi al riparo del nulla. 
Le donne vestono quindi quasi sempre di bianco e gli uomini di nero.
Non è qui fuori luogo osservare che l'uomo tanto ama distinguersi quanto confondersi tra i propri simili. 
(J. W. Goethe, La teoria dei colori)

martedì 10 dicembre 2013

l'opera d'arte e l'artista


L'artista deve avere qualcosa da dire perchè il suo compito non è quello di dominare la forma, ma di adattare la forma al contenuto. (è chiaro che stiamo parlando di educare l'anima e non di inserire a forza in ogni opinione un contenuto, donandogli espressione artistica. poichè allora si avrebbe solo un lavoro cerebrale senza vita. Se l'anima dell'artista è viva non ha bisogno di teorie cerebrali. trova da sola qualcosa da dire, qualcosa che nemmeno l'artista in quel momento conosce. Gli dice quale forma usare e dove trovarla, nella natura esteriore o interiore).



L'artista non è un beniamino della vita; non ha il diritto di vivere senza un compito, deve svolgere un lavoro duro e questa è la sua croce. Deve sapere che le sue azioni, i suoi sentimenti, i suoi pensieri, sono il materiale sottile, impalpabile ma concreto che forma le sue opere.



L'artista non è libero nella vita ma solo nell'arte. Di conseguenza ha una tripla responsabilità nei confronti del non-artista:
1)deve rendere i talenti che gli sono stati affidati
2)le sue azioni, i suoi pensieri,i suoi sentimenti come quelli di ogni uomo, formano l'atmosfera spirituale e dunque la illuminano o la intorbidano.
3)queste azioni, questi pensieri, questi sentimenti formano la materia delle sue opere, che influenzano anch'esse l'atmosfera spirituale.
L'artista è un "re"non solo perchè ha un grande potere ma anche perchè ha un grande dovere.
Se l'artista è il sacerdote della bellezza, la bellezza deve ispirarsi al principio del valore interiore. L'unica misura della bellezza è la grandezza della necessità interiore.
E' bello ciò che è interiormente bello.
Uno dei pionieri, uno dei primi compositori spirituali di quell'arte di oggi da cui deriverà l'arte di domani, Maeterlinck, dice:
"Non c'è niente al mondo che desideri la bellezza e sappia diventare più bello dell'anima....Perciò pochissimi resistono al fascino di un'anima che si dedica alla bellezza".
Questa proprietà dell'anima è l'olio che rende possibile la lenta, impercettibile ascesa (a volte esteriormente bloccata ma interiormente sempre viva) del triangolo spirituale.
(Wassily Kandinsky, Lo spirituale nell'arte)



sabato 7 dicembre 2013

Sulla vanità

(Paul Delvaux, conversazione)


vanità
[va-ni-tà] ant. vanitadevanitate
s.f. inv.


1 Fatuo compiacimento di sé e dei propri pregi, reali o presunti, accompagnato da smodato desiderio di ammirazione e di plauso
2 Inconsistenza, carattere di ciò che è privo di sostanza effettiva, di reale valore, di fondamento.
3 Inutilità, carattere di ciò che è privo di effetto reale, di efficacia
4 lett. Carattere di chi è vano, vuoto, privo di consistenza materiale


 


Dove ci conduce la vanità? Il savio ha mille ragioni quando afferma che la vanità è la nemica della felicità.
Pierre-Ambroise-François Choderlos de LaclosLe relazioni pericolose, 1782

Tutte le relazioni umane sprofondano nelle paludi della vanità e dell'egoismo. 
Sándor MáraiLe braci, 1942








Non esiste vanità intelligente.
Louis-Ferdinand Céline, Viaggio al termine della notte, 1932

Tutto è vanità solo vanità
vivete con gioia e serenità
state buoni se potete
tutto il resto è vanità

lunedì 25 novembre 2013

IL DIAVOLO
(divide et impera)



Lungi da me il fare un saggio sul Diavolo, mi piaceva proporre qualche spunto di riflessione:

Diavolo: dal greco: [dia] attraverso [ballo] metto. Propriamente, separare, metter in mezzo, frapporre una barriera, creare fratture.

Jodorowsky, nel libro: La via dei Tarocchi, così descrive l'Arcano XV:

Sono Lucifero, colui che porta la torcia. Il regalo eccelso che faccio all'umanità è l'assoluta mancanza di morale. Nulla mi può limitare, ho trasgredito tutte le leggi: brucio le Costituzioni e i libri sacri. Nessuna religione può contenermi. Distruggo qualsiasi teoria, faccio esplodere tutti i dogmi.
Nel fondo del fondo del fondo, nessuno abita più in fondo di me. Sono l'origine di tutti gli abissi. Sono colui che dà vita alle oscure grotte, colui che conosce il centro intorno al quale ruotano tutte le densità. Sono la viscosità di tutto ciò che tenta invano di essere formale. La suprema forza del magma. Il fetore che denuncia l'ipocrisia dei profumi. La carogna madre di ogni fiore. Il corruttore degli spiriti vanitosi che si rivoltano nella perfezione.
Sono la coscienza assassina dell'effimero perenne. Io, rinchiuso nei sotterranei del mondo, sono colui che fa tremare la stupida cattedrale della fede. Io sono colui che, in ginocchio, morde a sangue i piedi dei crocifissi. Colui che presenta al mondo, senza pudore, le piaghe aperte come vagine affamate. Io violento l'uovo imputridito della santità. Affondo l'erezione del mio pensiero nel sogno morboso dei gerofanti, per sputare addosso ai loro simulacri lo sperma gelido del mio disprezzo.
Con me non c'è pace. Nessun focolare sicuro. Nè Vangeli stucchevoli. Nè madonnine di zucchero per le umide lingue di suore apatiche. Defeco regolarmente sopra i passeri lebbrosi della morale. Non mi vieto di immaginare un profeta carponi montato da un asino in calore. Sono il cantore estasiato dall'incesto, sono il campione di tutte le depravazioni e squarcio con diletto, con l'unghia del mignolo, le viscere di un innocente per intingerci il mio pane.
Eppure, dal profondo della caverna umana, accendo la torcia che sa riorganizzare le tenebre. Su per una scala di ossidiana giungo ai piedi del Creatore per offrirgli il potere della trasformazione. Sì: di fronte alla divina impermanenza combatto per conservare l'istinto, per congelarlo in una scultura fosforescente. Lo illumino con la mia coscienza e lo trattengo, fino a farlo esplodere in una nuova opera divina, l'universo infinito, labirinto incommensurabile che mi scivola tra le grinfie, preda che mi sfugge dalle fauci, tracce che svaniscono come un profumo impalpabile...
E rimango lì, tentando di unire tutti i secondi gli uni con gli altri, di frenare il trascorrere del tempo.E' questo l'inferno: l'amore totale per l'opera divina che si dissolve. E' lui l'artista: invisibile, impensabile, impalpabile, intoccabile. Io sono l'altro artista: fisso, invariabile, oscuro, opaco, denso. Torcia che arde eternamente di fuoco immobile. Io sono colui che vuole inghiottire questa eternità, questa gloria imponderabile, conficcandomela al centro del ventre per partorirla come una palude che si squarcia per eiettare il gambo in cima al quale sboccerà il loto dove risplende il diamante. Così, lacerando le mie viscere, voglio essere la Madonna suprema che partorisce Dio e lo immobilizza sulla croce per farlo restare in eterno qui, con me, 
sempre, senza mutamenti, permanente impermanenza."


(Certo, per esperienza posso dire che quando durante una lettura di tarocchi appare il signor XV, sicuramente non si aprono scenari di gioia e felicità per il consultante.Che poi le esperienze vissute possano essere di aiuto per la crescita dipende dal grado di evoluzione e di apertura di chi si imbatte in questo genere di energie che sono presenti indipendentemente dal fatto che ci si creda o no. Anzi, il non crederci predispone a subirne inconsapevolmente gli effetti.).


Vi propongo la visione di uno sceneggiato dove la figura del Diavolo è ben presente. In Italia (ovviamente) non è passato. E' russo, sottotitolato perfettamente e si segue molto bene. Tratto dal capolavoro di Bulgakov: Il Maestro e Margherita è la sua trasposizione cinematografica. Lo consiglio vivamente anche a chi non avesse letto il libro.
L'autore dello sceneggiato è Vladimir Bortko, al quale va tutta la mia stima per essere riuscito in un'impresa per niente facile.
Cito una breve descrizione che fece Eugenio Montale a proposito del libro :
«Il Diavolo è il più appariscente personaggio del grande romanzo postumo di Bulgakov. Appare un mattino dinanzi a due cittadini, uno dei quali sta enumerando le prove dell'esistenza di Dio. Il neovenuto non è di questo parere... Ma c'è ben altro: era anche presente al secondo interrogatorio di Gesù da parte di Ponzio Pilato e ne dà ampia relazione in un capitolo che è forse il più stupefacente del libro... Poco dopo, il demonio si esibisce al Teatro di varietà di fronte a un pubblico enorme... Un romanzo-poema, o se volete, uno show in cui intervengono moltissimi personaggi, un libro in cui un realismo quasi crudele si fonde o si mescola col più alto dei possibili temi: quello della Passione». 





Chi fosse interessato ad approfondire può andare su Wikipedia, la voce Diavolo è fatta molto bene e particolarmente esaustiva:



Jung sostiene che il Diavolo sia una rappresentazione di quello che lui definisce Ombra. Ma cos'è l'Ombra? E' tutto ciò che esiste a livello inconscio e che sfugge alla coscienza ordinaria. L'Ombra ci può possedere in modo più o meno potente e può condizionare le nostre scelte e le nostre reazioni alle cose. E' la parte più sgradevole e negativa della personalità, formata da impulsi primordiali e istintivi. 
Chi fosse interessato ad approfondire può leggersi saggio: Il problema dell'Ombra (1946)

Oppure, chi volesse ascoltare ciò che Jung stesso disse a proposito dell'ombra, può trovare interessante questo:
"Negli anni 1957 e 1959 C.G. Jung, recandosi a Winterthur su invito di parenti ed amici, rispose a molte domande importanti, esplicitando il suo pensiero. Uno dei presenti registrò le risposte. Un documento storico. Una preziosa testimonianza che consente all'ascoltatore di immergersi in quell'atmosfera di profonda emozione e di vibrante partecipazione. Una voce da «vecchio saggio», calma, profonda, accogliente si staglia nel silenzio di un auditorio attento e profondamente assorto. Il volume che accompagna la registrazione contiene la trascrizione dell'enunciato verbale. Le note inserite nel testo mettono in relazione l'espressione spontanea di Jung con le sue opere complete."



“Gli innocenti si sforzano sempre di escludere da sé e di spiegare nel mondo le possibilità del male. Questa è la ragione del male ed il suo segreto. La funzione del male è mantenere in movimento le dinamiche del mutamento, cooperando con le forze benefiche oppure in modo antagonistico, le forze del male contribuiscono alla stessa stesura dell’arazzo della vita. Perciò l’esperienza del male produce la maturità, la vita reale, il reale confronto dei poteri e dei compiti della vita, il frutto proibito, il frutto della colpa mediante l’esperienza e della conoscenza mediante l’esperienza, doveva essere inghiottito nel giardino dell’innocenza, prima che la storia umana potesse avere inizio. Il male non doveva essere evitato” Simmel G., L’Ade accettato.









venerdì 22 novembre 2013

UNA DICHIARAZIONE D'AMORE DI ARTISTA




Così Frida Kahlo descrive Diego Rivera nel 1949:
"con la sua testa asiatica sulla quale nascono dei capelli scuri, tanto sottili e delicati da sembrar fluttuare nell'aria, Diego è un bimbo grandotto, immenso, con un volto amabile e lo sguardo un pò triste. I suoi occhi sporgenti, scuri intelligentissimi e grandi sono trattenuti a fatica dalle orbite - quasi vi escono attraverso le palpebre gonfie e prominenti, come quelle di un rospo, molto distanti l'uno dall'altro, più di altri occhi. Gli servono per abbracciare col suo sguardo un campo visivo amplissimo, come se fossero stati espressamente creati per un pittore di spazi e di folle [...]vederlo nudo fa pensare a un bambino-rana, ritto sulle zampe posteriori. La pelle è bianco-verdastra, come quella di un animale acquatico. Solo le sue mani e il suo viso sono scuri, il sole li ha bruciati. Le sue spalle infantili proseguono senza spigoli in braccia femminili e terminano in mani meravigliose, piccole e di forma delicata, sensibili e sottili, che comunicano come antenne con l'intero universo"
(Frida Kahlo, Lettere appassionate, Abscondita editore collana Carte d'artisti)

(Certo che doveva amarlo proprio tanto...oppure riusciva a vedere oltre la forma fisica?)





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il sito ufficiale di Frida




Chavelas Vargas, una delle cantanti più famose messicane, da poco scomparsa, fu sua amante e amica.




Frida Kahlo e Diego Rivera:





 











giovedì 21 novembre 2013

ARTE OGGETTIVA E ARTE SOGGETTIVA




La differenza tra arte oggettiva e arte soggettiva è sostanziale. Per arte oggettiva si intende ogni forma di espressione (architettura, pittura, musica, teatro) che non abbia la mente come principio creatore e che susciti nell'osservatore la reazione voluta. Un'arte insomma che non appartenga al vissuto e all'esperienza dell'artista ma che sia "oggettiva" per l'appunto, che si rifaccia a regole e a conoscenze valide per tutti.
Ne parlano sia Gurdjieff che Osho ed entrambi sono d'accordo nell'affermare che l'arte soggettiva appartiene alla mente dell'artista, alle sue fantasie, al suo vissuto ai suoi sogni.
Perchè quindi, si chiede Osho, dal momento che la mente degli esseri umani è un crogiolo di mostruosità, perchè far del male agli altri riversando su di loro i suoi prodotti?
Vista da questa prospettiva, l'arte di Picasso diventa un orrore, un'inguardabile testimonianza del caos che aveva nella mente quell'uomo.
Una visione dura da accettare perchè Picasso è Picasso. Se ammettiamo che la sua arte appartiene al soggettivo e quindi non può essere definita "Arte", allora che ne è di tutta l'arte contemporanea?
Pare che Osho non riuscisse a guardare per troppo tempo un quadro di Picasso senza provare un senso di nausea.
Non posso non pensare all'ultima mostra di Picasso che ho visto quest'anno, a Basilea. Io ero entusiasta. Mi piaceva proprio, sono uscita dal museo che avevo voglia di dipingere, piena di suggestioni, di colori, di possibilità espressive. Penso a quelle soluzioni cromatiche che trovo geniali, allo stupore che mi coglie nel vedere quale libertà, quale proprietà di mezzi aveva raggiunto quell'uomo. E' il caos, questo non si può negare. Ma da quel caos nasce qualcosa di geniale. Non si prova senso di vomito, o almeno io non provo l'istinto a fuggire, semmai tutto il contrario, ne sono attratta quasi magneticamente. 
Con questo non sto minimamente mettendo in discussione quello che leggo circa l'arte soggettiva e oggettiva. Se guardiamo alla vita di Picasso non possiamo che convenire sul fatto che tutto era meno che un mistico. Ma le cose che produceva non fanno venire il vomito, questo no....
Se paragono gli effetti che ha avuto su di me la mostra di Picasso con quelli che ha prodotto la visita al museo egizio di Torino però...mi viene da riflettere. Ho ancora viva l'impressione che mi fece una statua: ferma, immobile, maestosa, altera, secolare...ricordo esattamente come fosse ora la sensazione indefinibile che provai. Al cospetto di quella scultura gigantesca qualcosa dentro di me si fermò. Davanti a quella statua ho provato un momento di presenza. Ero lì e in nessun altro posto, ferma in piedi, non pensavo a niente, ero e basta. Io e la statua.
Uscita dal museo egizio non avevo voglia di parlare, ero come stordita. Uscita dalla mostra di Picasso sono andata a farmi un aperitivo al bar con un'amica, ho bevuto e avevo voglia di parlare con tutti (peccato che fossi a Basilea...).
Due reazioni opposte ma entrambe molto belle. Potrei azzardarmi a dire che la reazione a Picasso è stata "orizzontale" mentre quella alla statua egizia "verticale".







Non so di quale arte parliate, rispose Gurdjieff. Vi è arte e arte. Per cominciare ricorderò che vi sono due tipi di arte, l’arte oggettiva e l’arte soggettiva, l’una affatto diversa dall’altra. La differenza tra l’arte oggettiva e l’arte soggettiva consiste nel fatto che nel primo caso l’artista ‘crea’ realmente, fa ciò che ha intenzione di fare, introduce nella sua opera le idee e i sentimenti che vuole. E l’azione della sua opera sulla gente è assolutamente precisa. Quando invece si tratta di arte soggettiva, tutto è accidentale. L’artista non crea, in lui ‘qualcosa si crea da sé’. Ciò significa che un tale artista è in balia di idee, pensieri e di umori che egli non comprende e sui quali non ha il minimo controllo. Voi dite: un artista ‘crea’. Io riservo questa espressione per l’artista oggettivo. Ma voi non fate questa distinzione, che pure è immensa.? (da ‘frammenti di un insegnamento sconosciuto’ di Ouspensky)

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