sabato 27 maggio 2017

AUTORITRATTO IO CHI SONO



La domanda "io chi sono" mi perseguita nel vero senso della parola da quando ho ricordi.
La prima volta che si affacciò alla mia coscienza avevo si e no 4 anni, era il periodo delle grandi insonnie. Quando tutte le luci della casa si spegnevano e il sonno avvolgeva la famiglia nella quale mi trovavo, venivo assalita da paure irrazionali di fronte alle quali ero completamente indifesa. Sperimentavo tutta la drammaticità di sentirmi estranea al contesto, estranea alla famiglia, estranea agli amici, estranea alla casa, estranea alla città, estranea a tutto, estranea e quindi sbagliata, sbagliata perchè fatalmente diversa. La sensazione aumentava quando mi accorgevo che la diversità piace solo a chi non sperimenta sulla propria pelle quello che significa incarnarla. Mentre tutti invocavano l'originalità come valore sommo, io ho sempre disperatamente cercato di diventare "normale" e questo non ha fatto altro che sottolineare drammaticamente il mio essere diversa e aumentare le
mie difficoltà. A fronte delle patologie che via via manifestavo per identificarmi in qualcosa che mi ancorasse a un non ben definito senso di appartenenza (e a volte, come nel caso dell'anoressia, è stata una mia nefasta decisione consapevole quella di scegliere questo sintomo per attirare l'attenzione, un errore che ho pagato molto caro) la psichiatria  ha sperimentato su di me ogni tipo di molecola atta a farmi "stare meglio". Attraversavo fasi di profonda depressione che solo la paroxetina pareva risolvere,ma la voce che poneva la domanda "io chi sono" era anche la voce che ripeteva "non prendere quel veleno"..gli esiti non sono mai stati particolarmente felici. L'estraneità è un'esperienza che non auguro a nessuno. Solo l'autoironia, il cui valore ho imparato negli anni, riesce talvolta a darmi un poco di benessere, a questo proposito c'è una barzelletta che è stata un'ancora di salvezza in certi momenti particolarmente difficili, è la barzelletta del pazzo in autostrada... .

Il potere salvifico della creatività l'ho scoperto proprio grazie alle difficoltà che ho incontrato e che continuo a incontrare nell'essere, volente o nolente, su questo pianeta.
Chiudersi nel proprio mondo e abbandonarsi al flusso, significa entrare in dimensioni eterne e incontrare simboli e conoscenze e presenze, che, sebbene non appartengano a quella realtà che crediamo essere l'unica, portano risposte illuminanti che provengono dalla notte dei tempi. Solo in quella dimensione io riesco a trovare la pace e quel senso di appartenenza che invece mi abbandona non appena mi trovo a dovermi inserire in contesti sociali, nei quali infatti ho rinunciato definitivamente ad inserirmi.
La prima tela che ho prodotto in linea con quanto detto, intitolata "io chi sono", appartiene al periodo in cui per la prima volta ho sentito l'esigenza di esternare visivamente questa domanda per cercare una chiave proprio in quel mondo parallelo che è l'unico nel quale riesco a trovare le risposte benefiche per la mia sopravvivenza. Il quadro risale al 2005.



 A distanza di 12 anni ho finalmente il distacco adatto per poter spiegare quello che rappresenta.
La tela si compone di 3 livelli. Quello più basso raffigura 7 personaggi con gli occhi chiusi legati tra loro da catene tenute da diavoletti che ripetono la famosa frase "fa ciò che vuoi" che era il motto di un noto esoterista vissuto a cavallo tra otto e novecento: Aistler Crowley. Intorno alla figura controversa di quest'uomo si sono spese infinite quantità di riflessioni, opinioni, punti di vista, giudizi, ognuno è libero di farsi la propria.




Nella mia esperienza questa frase è viva e ha la potenza di un insegnamento e proprio per questo va a scontrarsi con gli insegnamenti che, volente o nolente, arrivano dall'essere nata in una cultura influenzata profondamente dal cattolicesimo.
Nella tela quindi, nel livello più basso, quello in cui l'essere umano è ancora cieco e quindi schiavo delle "passioni" umane, si incontrano e scontrano queste due tendenze. L'una che incita alla libertà di fare ciò che si vuole e l'altra che mette in guardia dal farlo. I personaggi infatti sono 7, come i famosi "peccati capitali". Nella fase di assenza di coscienza, gli uomini credendo di essere liberi, sono in realtà schiavi delle proprie tendenze. La visione cattolica che si basa su un nefasto senso di colpa, rende impossibile liberarsi da questa condizione, infatti niente lega di più al "peccato" che non il concetto di peccato stesso.



L'unico modo per poter uscire da questo circolo vizioso è quello di salire un gradino nella consapevolezza e accedere così al "secondo piano" che nella tela ho rappresentato con una fila di uomini liberi dalle catene, che hanno intrapreso un percorso serio di ricerca interiore, al centro dei quali spicca la figura di un personaggio (che poi sarei io) che, grazie alla domanda "io chi sono" apre gli occhi.



Aprire gli occhi significa risvegliare quella parte di noi addormentata e intraprendere un cammino di consapevolezza rappresentato dalla scala che, partendo dalla testa del personaggio termina con il simbolo alchemico del sole, "l'uno in tutto" di cui parlano i greci.



Jung a questo proposito conia il termine "individuazione" definendola come il processo di differenziazione che ha come meta lo sviluppo della personalità individuale:
"È molto semplice" risponde Jung alla domanda su cosa sia il processo di individuazione:  "Prenda una ghianda, la pianti nel terreno, la ghianda cresce e diventa una quercia. Così è l’uomo. L’uomo si forma da un uovo e crescendo diventa l’uomo completo, perché quella è la legge che ha dentro".
Il terzo livello del quadro vede come protagoniste delle figure angeliche dagli occhi gialli.



Gli occhi gialli derivano dalla simbologia del Tarot di Marsiglia dove la carta numero XIIII, Temperanza (l'angelo in terra), ha gli occhi gialli perchè, come spiega Philippe Camoin durante i corsi sulla simbologia del Tarot, questo è il colore degli occhi degli angeli che hanno visto Dio.

L'autoritratto che a distanza di 12 anni ho fatto, si ricollega a questa tela e costituisce il suo completamento. Io sono la persona che ha compiuto e continua a compiere (perchè la vita, si sa, è un viaggio per chi ha il coraggio di intraprenderlo) questa avventura faticosa ma ineluttabile. Da qui l'esigenza di ritrarre il mio volto, per oggettivare e personalizzare in qualche modo una realtà complessa e straniante e per cercare attraverso un'immagine, la riflessione concretizzata in un oggetto tangibile, di ciò che sono.

THIS I AM





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